René Pier

La nostra storia

Erano gli anni 60: gli anni della cinquecento e della vespa, gli anni delle prime gonne corte e degli uomini con i pantaloni a zampa, dei balli sulla spiaggia e dei juke box.

Erano anni in salita, ricchi di progetti e voglia di crescere, anni in cui si chiudevano le serrande alle 2 di notte e la sveglia al mattino suonava alle 5. Anni in cui la domenica si lavorava come fosse lunedì.

Ed erano anche gli anni in cui coi primi soldi guadagnati si faceva copiare dalla sarta il cappottino che indossava la Signorina X , che quella si che era di classe e aveva buon gusto.

Si, perchè l’amore per le cose belle Piero e Renata l’hanno sempre avuto, già da quando con le prime mance guadagnate Piero si comprava il cappotto cammello, che alle case operaie non se ne vedevano di cappotti cammello,o si faceva mettere le tasche in camoscio su quel giaccone vecchio che così era più alla moda; o da quando Renata si faceva copiare dalla nonna i vestiti che vedeva alle attrici nei film e sognava davanti alle prime scarpe rosse col tacco nelle vetrine del centro.

E se un giorno aprissimo un negozio anche noi? Si dorme la domenica e si vive in mezzo ai vestiti eleganti...

Così ci si mette alla ricerca di un locale dove aprire un negozio e la fortuna vuole che lo si trovi in fretta... quelle cose che capitano solo ai giovani un po’ incoscienti che con i pochi risparmi decidono di metter su un’attività “moderna”. Già perchè all’epoca non ce n’erano tanti negozi di confezione a Torino, anzi, ce n’erano proprio pochi, si contavano sulle dita di una mano (e forse te ne avazanzavano...) in mezzo alle centinaia di sartorie e boutique di tessuti. La zona era perfetta, una piccola vecchia merceria in Corso Vittorio sarebbe diventato “il nostro negozio”.

E gli inizi non furono facili...i soldi bastavano appena per pagare l’affitto, il tè alle cinque non si poteva andarlo a prendere al bar, si faceva col pentolino nel retro e magari la bustina si metteva ad asciugare e si usava due o tre volte; e la merce? Quella come la paghiamo? E così gli scaffali erano vuoti, qualche camicia e qualche cravatta osservavano solitarie dagli scaffali, quasi a far compagnia ai due fratelli che osservavano timidi da dietro al bancone se caso mai passasse sotto ai portici qualche possibile cliente.

Fortunatamente di clienti cominciarono a passarne. Chi cerca un cappotto, chi le calze di filo di scozia, chi una camicia, chi una cravatta per il papà, e menomale che ci sono i ragazzi che regalano le cravatte ai papà e le belle signorine che le vendono, che così si incontrano e diventano un giorno il mio papà e la mia mamma...E così comincia anche la storia di una bimba piccolissima col caschetto e le spallucce strette che preferiva stare seduta sulla poltrona blu del negozio piuttosto che andare all’asilo, e che aspettava che mamma e zio non avessero da fare per giocare a vendere o a piegare bene le maglie.

Oggi quei giochi sono la realtà di ogni giorno. Quella bimba vende, piega le maglie...e il vero "gioco" è portare avanti la tradizione di famiglia con lo stesso amore, la stessa professionalità, la stessa voglia di sempre.